DDL FINANZIARIA 2003, DELUSIONE TRA LE VECCHIE AQUILE GDF: NIENTE PENSIONE A 67 ANNI

mercoledì 24 aprile 2002

Alcuni generali di corpo d’armata tra i più anziani della GDF avrebbero due sogni nel cassetto. Il primo è quello di riuscire ad arrivare alla carica di comandante generale, che è riservata ai parigrado dell’Esercito; il secondo, allungare di un paio d’anni il limite del loro collocamento a riposo.

Mentre la scalata al vertice massimo dell’Istituzione si è presentata fin dall’inizio lunga, perigliosa e nient’affatto scontata, l’allungamento della pensione dagli attuali 65 ai 67 anni d’età sembrava avere maggiori possibilità di successo con l’imminente presentazione del disegno di legge per la finanziaria 2003.

Le due considerazioni a sostegno della richiesta erano semplici e suggestive.

La prima: i decreti delegati che hanno appena riformato compiti, struttura e carriere del Corpo consiglierebbero di far gestire la transizione dal vecchio al nuovo ai generali che tali provvedimenti hanno concepito, in modo da portarli a completa realizzazione. La seconda aveva un respiro più generale: se i limiti pensionistici dovranno essere aumentati per tutti, perché non dare l’esempio cominciando proprio dai gradi vertice?

Ma il ddl all’esame del Parlamento non reca traccia della fatidica novità.

Come mai?

Sembra che la proposta abbia trovato avversari in ambienti esterni al Corpo; specialmente nell’Esercito, i cui generali di corpo d’armata vanno ancora in pensione a 63 anni. Esercito, d’altra parte, che ha problemi opposti a quelli che sembra abbia la GDF, visto che, con la riduzione della forza, deve accelerare il turnover (cioè il ricambio dei vertici) e non può certamente permettersi di andare controcorrente allungando la permanenza dei generali più anziani.

C’è, poi, un problema politico grosso così. La maggioranza, su un tema delicato come quello del trattamento pensionistico, non vuole dare l’impressione di procedere con provvedimenti estemporanei, disarmonici, raffazzonati e, per di più, con un forte odore di privilegio.

E che questo tema sia considerato una patata ancora troppo bollente da maneggiare, lo ha confermato il presidente del Consiglio Berlusconi quando, pochi giorni fa, ha dichiarato che la soluzione del problema la deve trovare il Parlamento, se non addirittura l’Unione europea.

Musi lunghi, allora?

Solo tra le “vecchie Aquile”. Perché in tutti gli altri ambienti “informati” si commenta con soddisfazione il fallimento dell’operazione che, a ben guardare, non sembra rispondesse appieno ai superiori interessi del Corpo e del Paese.

Il provvedimento anelato dai vecchi generali, infatti, avrebbe causato un vero e proprio terremoto nelle progressioni di carriera dei generali di divisione in attesa di promozione, con ripercussioni a catena giù giù lungo tutti gli altri gradi dirigenziali.

L’allungamento del termine sarebbe intervenuto, inoltre, a distanza troppo breve dalla precedente estensione, attuata soltanto nel 2001, da 63 a 65 anni, e avrebbe esacerbato ancora di più una base già abbondantemente delusa per gli esiti di un riordino fatto sostanzialmente su misura degli allora generali di divisione.

Si fa osservare, infine, come i proponenti non si sarebbero certamente limitati a chiedere il semplice allungamento del limite pensionistico, ma avrebbero senz’altro preteso anche altre modifiche legislative. Prima tra tutte, la deroga alla legge sulla cosiddetta “RQ”, alla norma cioè che prevede la riduzione dei quadri e obbliga i più anziani a lasciare comunque il posto, prima del tempo previsto, ai generali più giovani.

Probabilmente, per non fare arrabbiare troppo i divisionari promovendo, sarebbero state introdotte disposizioni per promozioni in deroga ai numeri massimi. Ma in questo modo la GDF avrebbe avuto un numero di generali di corpo d’armata ancor più elevato di quello, già incredibilmente e ingiustificatamente generoso previsto dal riordino (nove, in luogo degli otto dei Carabinieri, che hanno una forza doppia rispetto alle Fiamme gialle).

Come sarebbero stati impiegati tutti questi gen. CA? Sarebbero inevitabilmente rimasti in stand-by, in attesa del turno di comando, con diseconomie evidenti e gravissime.

Altra regola che avrebbe rischiato di saltare è quella che riguarda il comandante in seconda.

Si tratta di una disposizione per la quale chi arriva troppo presto alla massima funzione riservata a un ufficiale del Corpo deve lasciare obbligatoriamente il servizio attivo dopo due anni di carica. Norma, questa, introdotta una ventina d’anni fa per ovviare l’effetto tappo prodotto da un ufficiale arrivato a comandante in seconda in (relativa) troppo giovane età.

 


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