REPUBBLICA, 20 MARZO 2001, PAG. 10. INTERVISTA AL GENERALE MARIO ARPINO, CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA

martedì 20 marzo 2001

"Per la Difesa una lezione più vicini ai nostri soldati"

Arpino: riorganizzeremo la Sanità militare. Il capo di Stato maggiore aveva già ridimensionato l'allarme uranio l'intervista. di VINCENZO NIGRO

ROMA - «Sono sereno, non mi sembra proprio il caso di fare del trionfalismo per i risultati della Commissione Mandelli. Vediamo confermati gli studi dell'Onu, quelli della Nato, delle forze armate americane, di organismi scientifici indipendenti che non individuano relazione diretta fra uranio e morti sospette. Quei risultati per me non sono una sorpresa. Non provo sollievo perché in tutta questa storia ci sono di mezzo i soldati colpiti dal tumore, le loro famiglie finite al centro di un vortice in cui i loro sentimenti potrebbero essere stati calpestati da qualcuno intenzionato ad utilizzare il dolore in maniera spregiudicata...»

Mario Arpino, capo di Stato maggiore della Difesa, era certo che non vi fosse relazione fra uranio e casi di tumore: l'aveva già detto il 18 gennaio alla Camera, e anzi già allora aveva avvertito che «il danno fatto all'Italia da questa specie di corto circuito politico-mediatico è già stato fatto, è un danno difficilmente valutabile qui, da Roma, e che dovremo recuperare ricostruendo la nostra serenità nella Nato».

Generale, davvero non vale la pena di parlare della relazione della Commissione Mandelli?

«Dobbiamo parlarne, credo soprattutto per far tesoro delle lezioni apprese... e se mi permette per lanciare qualche domanda, qualche interrogativo»

Prego.

«Parlo innanzitutto di noi militari: come dissi alla Camera, le forze armate italiane sono state tra le prime ad individuare e lavorare su possibili rischiuranio impoverito assieme ad altri rischi passivi per il personale militare e civile nei Balcani. Il cambio di filosofia che, fra mille errori e difficoltà, abbiamo imposto in questi 10 anni alla nostra struttura adesso c'è ed è evidente: al centro delle nostre operazioni c'è l'uomo, il soldato, il civile. E al rispetto della persona umana noi abbiamo ispirato il nostro comportamento operativo in maniera da non avere oggi praticamente nessun rimpianto».

Vuol dire che non si sente di ammettere nessun errore?

 «Gli errori che individuo sono questi: innanzitutto uno di reazione mediatica, gravissimo per i tempi in cui viviamo. In Italia il caso uranio nacque sulle pagine di un giornale che per alcuni giorni andò avanti solitario nella sua battaglia. In collaborazione con un'associazione che coinvolge alcuni militari, quel giornale citò casi che sin da allora verificammo: ci apparvero infondati e noi tacemmo. Avremmo dovuto capire immediatamente che in un'epoca di comunicazione anche distorta come è quella che viviamo, un messaggio negativo (anche se falso) comunque lascia traccia e deve essere contrastato con chiarezza e decisione. Dietro quel giornale poco alla volta siete venuti giù tutti quanti, i principali giornali, le televisioni. E soprattutto, dietro i media la politica, che in un periodo elettorale è particolarmente sensibile ad alcune tematiche. In questo noi abbiamo commesso errori, ma complessivamente il sistema Italia ha mostrato debolezze che io non ho la capacità tecnica ma neppure la saggezza, l'autorità per individuare».

Solo errori di comunicazione o di "reazione"?

«Non solo errori di comunicazione, anche se per un'istituzione importante come la nostra una capacità reattiva diversa (da costruire su input e in sintonia con tutto il sistema politico-istituzionale) sarebbe auspicabile. Ci sono delle manchevolezze nel modo in cui è organizzata la Sanità militare, che dovremo correggere. Fino a qualche anno fa nella Difesa avevamo bisogno dei medici solo per visitare i soldati di leva, per riformarli o mandarli a casa in malattia. Oggi non è più così: abbiamo migliaia di uomini schierati nel mondo, la Sanità non è un'attività accessoria. Deve diventare parte delle nostre attività operative, deve schierarsi in prima linea, ma per far questo dobbiamo completamente ristutturarla, rifinanziarla e riorientarla. L'obiettivo, poi, deve essere quello di offrire al personale militare una maggiore sicurezza sociale: per esempio, i militari malati non possono essere messi da parte come materiale di scarto. Nuove leggi dovranno prevedere un trattamento diverso per il nostro personale. Ma per questo c'è bisogno di una crescita che tutta la nostra società deve fare...»

Cosa chiede, più soldi per la Difesa?

«No, questa volta non è il solito generale che bussa a danari. Io rovescio il discorso e dico: o riusciamo a cambiare il rapporto fra società politica, società civile e mondo militare oppure paradossalmente rischiamo di investire miliardi in uno strumento politico-militare che i nostri leader politici non riusciranno ad utilizzare con produttività fino in fondo. Noi militari dobbiamo crescere, aprirci, democratizzarci sempre più. Ma il ciclo virtuoso prevede che i media, la politica, la società civile a 60 anni dalla fine della guerra e del fascismo capiscano che le forze armate non sono un'eredità del passato. Sono uno strumento per contribuire alla stabilità dell'Europa nel Mediterraneo. Uno strumento "tecnico" da utilizzare non per polemiche fra aree politiche o culturali, ma da gestire con saggezza e consapevolezza. Queste sono sfide alla modernizzazione del nostro paese, per voi giornalisti e per il leader politici che ci guidano».

Non ha nessuna critica da farsi come capo della forze armate sul tema della rappresentanza? Perché i soldati credono ad associazioni varie e non a voi, all'istituzione?

«Se qualcuno nelle forze armate si sente tutelato al di fuori delle rappresentanze, dei Cocer, dei Cobar, beh allora il problema c'è ed è serio. Nella prossima legislatura dovrà essere affrontata con chiarezza anche la questione della rappresentanza, della tutela dei diritti dei lavoratori con le stellette. Un vero e proprio sindacato? Non lo so, ma certo un'assetto diverso dovremo trovarlo».

 


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