INTERVISTA DEL VICEPRESIDENTE DI FICIESSE, GIUSEPPE FORTUNA, ALLA RIVISTA "POLIZIA E DEMOCRAZIA" SUL RIORDINO DELLE FORZE DI POLIZIA

mercoledì 15 novembre 2000

"POLIZIA E DEMOCRAZIA", fascicolo di maggio 2000

 Alla luce delle norme approvate dal Parlamento sul riordino delle forze di polizia , cosa cambierà  per la Guardia di Finanza?

 Debbo innanzitutto precisare che parlerò in qualità  di vicepresidente dell’associazione "Finanzieri Cittadini e Solidarietà  - FiCiEsse", un’associazione culturale nella quale sono presenti numerosi ufficiali, sottufficiali e militari della Guardia di Finanza.

 La legge appena approvata dal Parlamento delega il Governo ad emanare una serie di decreti legislativi per il riordino di quattro istituzioni di polizia, due a struttura civile (Polizia di Stato e Corpo forestale) e due a struttura militare (Carabinieri e Guardia di Finanza). I cambiamenti, quindi, si verificheranno dopo, con l’entrata in vigore dei decreti, e saranno cambiamenti positivi per chi riuscirà  a trovare soluzioni adeguate alle nuove domande che provengono dalla società  civile.

 I cittadini pretendono servizi pubblici di standard "europeo", si chiede capacità  manageriale, che vuol dire produzioni di qualità  crescente a costi decrescenti. E la sicurezza è il primo servizio pubblico che un paese evoluto deve essere in grado di assicurare.

 Quella odierna, perciò, è certamente un’occasione per porre rimedio ai molti problemi in tema di ruoli, dotazioni organiche, carriere e avanzamenti delle forze di polizia, problemi che hanno causato tensioni e malcontento nel personale; ma è anche, e soprattutto, una "sfida globale", che vedrà  prevalere le organizzazioni che sapranno meglio interpretare la richiesta di managerialità . Tutti gli altri rischiano di veder diminuito il consenso e andranno incontro al ridimensionamento.

 Si può essere soddisfatti o si poteva fare di meglio?

 Il difetto maggiore della legge è che non contiene principi e criteri direttivi sufficientemente determinati. Nel testo si rinvengono troppi richiami generici a funzioni di comando "efficaci", a carriere da sviluppare "in modo armonico", a dotazioni organiche che dovranno risultare "coerenti", e così via.

 Poiché i decreti legislativi avranno necessariamente un accentuato contenuto tecnico di difficilissima lettura, è stata, in tal modo, consegnata agli estensori materiali dei provvedimenti e che poi sono gli uffici legislativi dei Comandi Generali e del Dipartimento di P.S. - una sorta di vera e propria "delega in bianco".

 Ebbene, per la Polizia di Stato e il Corpo Forestale tale anomalia potrà  essere superata grazie all’obbligatoria acquisizione del parere dei sindacati maggiormente rappresentativi; mentre per Carabinieri e Finanza, è prevista la semplice "audizione" della rappresentanza militare, cioè di organismi non idonei, come più volte denunciato dagli stessi Cocer, a raccogliere le opinioni provenienti dal personale, specialmente se dissenzienti dalle posizioni ufficiali. Insomma, la "delega in bianco" rischia di essere riempita di contenuti dai vertici militari in assoluta, incontrollata discrezionalità .

 Così, l’introduzione del grado apicale di generale di corpo d’armata potrebbe essere tradotta nella creazione di nuovi, inutili livelli gerarchici con drenaggio di risorse dai livelli operativi.

 Quanto detto mostra ancora una volta quale sia il nodo centrale della sicurezza pubblica in questo Paese. Il problema è che due delle principali forze di polizia mantengono una struttura militare vecchia ed obsoleta che consegna poteri pressoché illimitati ad un uomo solo, il comandante generale, e ad una ristrettissima cerchia di generali di divisione. Un modello idoneo per il tempo di guerra, quando, per prevalere sul nemico è necessaria la massima concentrazione degli sforzi e non può essere tollerato il dissenso interno. Ma che è certamente inadeguato in tempo di pace perchà© impedisce il confronto delle idee e il controllo democratico interno del sindacato.

 Per questo motivo, sono personalmente contrario, finché non verrà  attuata la riforma per la democratizzazione delle rappresentanze militari, a comandanti generali provenienti dai ruoli di Carabinieri e Guardia di Finanza, perché verrebbe accentuata l’autoreferenzialità  di tali organizzazioni.

 Ci sono state polemiche, anche vivaci, a margine di questa legge: le ritiene giustificate?

 Sinceramente FiCiEsse non si riconosce nei toni "strillati" delle scorse settimane. Dobbiamo recuperare tutti pacatezza e capacità  di ascolto perché l’argomento della sicurezza pubblica è troppo importante per il Paese. D’altra parte, abbiamo visto, a nostre spese, che chi non strilla non viene quasi mai ascoltato. E infatti i nostri comunicati stampa sul riordino sono stati praticamente ignorati dalle agenzie e dai quotidiani.

 Detto questo, vorrei sottolineare due aspetti sulle polemiche di questi giorni.

 Innanzitutto, a nostro avviso vi sono alcune disposizioni del testo approvato dal Parlamento che non interpretano alcun interesse pubblico. Prima tra tutte, la norma per la quale il limite di età  a 65 anni per i generali di divisione e di corpo d’armata di Carabinieri e Finanza decorrerà  retroattivamente dall’entrata in vigore della legge delega e non da quella ordinaria dei decreti legislativi. Sappiamo chi se ne avvantaggerà , ma qual è l’interesse del Paese? Sinceramente ci sfugge.

 Queste disposizioni sono, a nostro avviso, il segnale di un pericolo reale, anch’esso riconducibile in larga misura al deficit di democraticità  delle polizie a struttura militare. Noi temiamo che l’amplissima discrezionalità  nelle scelte operative delle polizie militari a struttura "tradizionale", dove i poteri sono concentrati nelle mani di un solo uomo, possa indurre forme di "sudditanza" a scapito degli altri poteri, con la conseguenza di un’alterazione grave degli equilibri democratici del Paese.

 L’altra notazione riguarda la vicenda del colonnello Pappalardo che non si sarebbe mai verificata se il Cocer fosse stato un vero sindacato. Il segretario nazionale di un sindacato, infatti, si sa chi e quante persone rappresenta, quale programma intende realizzare, quali obiettivi vuole raggiungere. E se gli viene meno la fiducia non c’è bisogno di accorati appelli di personalità  pubbliche per farlo dimettere, perché perde automaticamente i poteri di rappresentanza.

 Cosa pensa dell’auspicato, ma mai praticamente attuato, coordinamento tra le varie forze di polizia?

 L’esigenza è reale e urgente. In alcuni settori, come quello del controllo del territorio, parlerei addirittura, più che di necessità  di coordinamento, di necessità  di "integrazione". Lo dimostra, da ultimo, il doloroso episodio del brigadiere della Guardia di Finanza Domenico Stanisci, caduto per dover inseguire, con metodologie operative antiquate, una autovettura condotta da due malviventi.

 Noi pensiamo che la criminalità  comune, il contrabbando, il traffico di droga e l’immigrazione clandestina non si affrontino consegnando alle polizie armi da guerra. La soluzione è, da una parte, la ripartizione del territorio e la specializzazione delle tre forze di polizia, dall’altra, la predisposizione di metodologie di intervento di tipo integrato che realizzino sinergie delle risorse umane e materiali di ciascuno.

 Per esempio, chi non rispetta l’intimazione di alt sulla terra come sul mare va inseguito e tallonato utilizzando elicotteri in servizio di pronto impiego, finchà© l’inseguito non sia costretto a fermarsi, mentre speronamenti e abbordaggi vanno limitati ai casi eccezionali.

 Ora, le tre forze di polizia complessivamente già  dispongono di uomini addestrati e di mezzi aerei e navali adeguati, ma i rispettivi vertici li vogliono utilizzare in totale, reciproca autonomia con spreco di risorse e diminuite possibilità  di reazione. Per non parlare dei casi in cui mezzi navali ed aerei all’avanguardia sono schierati in missioni all’estero, sul Danubio, in Albania o sul fiume Zaire, in Congo.

 Forse non ci intendiamo molto di politica internazionale, ma a noi sembra che all’estero dovrebbe essere impiegato l’esercito e sul territorio nazionale le forze di polizia. In Italia, anche su questo tema, sembra ci sia una certa confusione e commistione di ruoli.

Quale sarà  il ruolo della Guardia di Finanza nel prossimo futuro, anche alla luce del mutato scenario sul piano della criminalità  economica?

 Il futuro ci preoccupa molto, non tanto per i rapporti tra la Guardia di Finanza e le altre Forze di polizia, quanto per i rapporti tra il Corpo e l’Amministrazione finanziaria civile interessata da una profonda riforma con il varo delle "Agenzie".

La vera identità  della Guardia di Finanza sta nel suo essere contemporaneamente organismo di polizia amministrativa tributaria e organismo di polizia giudiziaria. La concentrazione di competenze e professionalità  così diverse in un unico organo ha un immenso valore oggettivo, tanto che in altri paesi vengono all’uopo costituiti soggetti specifici (in genere, agenzie) composti da personale di estrazione professionale composita (operatori di polizia, magistrati, avvocati, fiscalisti, ecc.); si veda per tutte l’esperienza del Serious fraud office britannico. In Italia questo "agenzia" c’è già  e si chiama Guardia di Finanza.

 Ora l’amministrazione finanziaria civile ha varato le sue agenzie, con nuovi poteri e una dirigenza aggressiva e determinata. Come cittadini, ci auguriamo sinceramente che tale riforma basata su quelle logiche manageriali di cui ho detto in apertura, su uno stile partecipativo e su un’ampia condivisione delle scelte da parte del personale, abbia pieno successo.

Ma ciò vorrà  dire "concorrenza" sul fronte della qualità  tra civili e militari.

 E ciò si verifica mentre i vertici della Guardia di Finanza sembra abbiano scelto la strada opposta, confermando nelle parole e nei comportamenti di voler mantenere quello stile di gestione autoritario/paternalista che sta determinando l’esodo verso altre professioni del personale di maggiore qualificazione.


Tua email:   Invia a: