IL PATTO D'ACCIAIO FRA VERTICI MILITARI, MANAGER DI STATO E POLITICI ONNIPOTENTI – di Antonella Manotti su Il Nuovo Giornale dei Militari
IL PATTO D'ACCIAIO FRA VERTICI MILITARI, MANAGER DI STATO E POLITICI ONNIPOTENTI – di Antonella Manotti (da Il Nuovo Giornale dei Militari)
L’articolo pubblicato dal Corriere della sera con il titolo ben noto: “Lo «scivolo d’oro» dei militari italiani”, ha suscitato, come c’era da aspettarsi, molte reazioni.
Pubblicato tre giorni prima della riunione del Consiglio Spremo di Difesa (?) e ripreso da molti giornali, blog e siti, ha registrato anche la presa di posizione “turbata” di alcuni esponenti politici, a partire dal sen. Scanu (PD) che al giornalista del Corriere ha dichiarato di aver fatto tre salti sulla sedia quando ha letto la norma incriminata. “Così com’è non passerà - ha detto -, non è un articolo di legge, è una provocazione».
La fonte del giornalista del Corriere è un vecchio ufficiale, ora «consulente istituzionale» che chiede l’anonimato (?). Perché? E a nome di chi parla?
Tira fuori le carte e…poi il giornalista passa in rassegna una serie di dati e cifre in cui si parla di tutto, dagli sprechi per i circoli e spiagge, all’ausiliaria, alle missioni all’estero, dagli F35 alla digitalizzazione del soldato futuro. Insomma un bel frullatore.
Si alza il tiro quindi, e nel farlo entrano in campo quelli che il v. Presidente del Cocer A.M. T.Col. Guido Bottacchiari, chiama “i poteri forti” nel tentativo di <<Screditarci e metterci in un angolo mischiando le questioni del personale con gli affari e gli investimenti in armamenti dando un taglio scandalistico>>.
I militari si sentono colpiti da quella che ritengono una vera campagna mediatica che tende a confondere l’opinione pubblica. I Forum e la rete si riempiono di commenti che assumono varie declinazioni, ma la più ricorrente è rabbia e amarezza perché – dicono - si è voluto colpire nel mucchio…
E sì, perchè in un momento in cui cresce il malessere per una crisi economica sempre più pesante per le famiglie, è facile far passare il messaggio che tutti i militari siano dei privilegiati, facendo come si suol dire, di tutta l’erba un fascio…
E la politica? Ancora una volta dimostra l’assoluta incapacità di avere delle proprie idee e convincimenti su un tema così delicato come la revisione dello strumento militare. E’ sufficiente un articolo di giornale per predisporsi a modificare una norma contenuta in un impianto legislativo su cui non vi è stata praticamente concertazione con i rappresentanti del personale, essendo stati gli SS.MM. – nei fatti – a confezionare i decreti legislativi.
Da ben due anni Cocer, Associazioni, Comitati, stampa specializzata, hanno denunciato l’operazione messa in campo dall’ex ammiraglio- ministro Di Paola, lanciata con lo slogan «meno generali, più tecnologia».
Gli atti del governo 32 e 33, decreti attuativi della legge 244 del 2012 oggi all’esame del Parlamento, discendono da lì.
Per due anni non abbiamo fatto altro che ascoltare i continui richiami di Giampaolo Di Paola prima, ed ora del Ministro Mauro, nonché le prese di posizione dei vari capi di stato maggiore, tutti in lista per rivendicare la necessità dei tagli….«Trentacinquemila uomini in meno in dodici anni»; la formula magica con cui si vuole fortemente la redistribuzione dei carichi di spesa: meno costi per il personale ed il mantra di Di Paola (50% per il personale, 25% per il funzionamento e 25% per l’investimento).
Sin dal febbraio del 2012 evidenziavamo i pericoli di questa “operazione”poco trasparente che ha visto tutte le forze politiche, anche quelle che ora balzano sulla sedia, decisamente ripiegate su posizioni di accettazione passiva della “linea Di Paola” .
Di riformare le FF.AA. c’è necessità , nessuno lo ha mai negato, ma oggi emerge con chiarezza la strategia volta a far credere che il problema della insostenibilità del modello di Difesa, peraltro pensato soltanto nel 2000, dipenda soprattutto dai costi del personale.
Ne è convito il gen. Fabio Mini dal quale abbiamo appreso di essere stato contattato dal giornalista del Corriere col quale – ci dice - ho parlato al telefono per mezz'ora spiegandogli la fava e la rava delle lobby industrial-politico-militari.
<< Da me voleva soltanto uno straccio di nome da inserire nell'articolo, ci dice, il suo pezzo allude e non dice, cita e non spiega, interpreta senza capire. Anche lui si schiera con il vincitore designato, quello che porterà via soldi e risorse alle forze armate per ungere le macchine da soldi che non conoscono crisi e che non si spaventano certo per un tintinnio di manette. Ha detto tutto anche l'anonimo generale pensionato ora consigliere istituzionale (nuova figura professionale?) che non si capisce se è sconsolato per quello che legge o per quello che dice all'orecchio del frequentatore di bar argentini>>.
Il pensiero di Mini a proposito della cosiddetta riforma Di Paola è noto perchè l'ha detto e scritto esplicitamente. Più di una volta.
<<E' una bufala rivolta soltanto al mantenimento di unapartecipazione azionaria, finanziaria e di potere da parte di alcuni personaggi militari, industriali e politici che non hanno mai pensatoin termini tecnico-operativi. Personaggi - sostiene Fabio Mini - partiti da lontano travisando l'impianto concettuale delle forze armate, inventandoesigenze operative, rischi e minacce alla sicurezza scopiazzate dalle fonti americane e scimmiottate per sottrarre fondi al personale per darli ai cosiddetti investimenti che, in realtà , sono soltanto perdite secche di patrimonio pubblico a favore di lauti guadagni privati.
Gente partita da lontano con i teoremi fantasiosi di quote ottimalitra spese per il personale, per l'esercizio e per l'ammodernamento.
Gente che mentre parla di quote firma contratti che le smentiscono esoprattutto smentiscono il modello di difesa attuale senza proporre ofar capire il modello al quale si dovrebbe tendere>>.
Lo stupore di oggi, per Fabio Mini è semmai un'ammissione di colpa grave perchè questa situazione va avanti da trent'anni: <<Da quando il dovere di sostenere l'industria di stato nazionale si trasformò in patto d'acciaio fra vertici militari, manager di stato (un ossimoro) e politici onnipotenti. E in questi anni nessun membro al vertice del comparto ha mai resistito alle lusinghe, alle pressioni, alle minacce e alle fregature degli altri. Chi più chi meno, chi per un piatto di lenticchie o una pacca sulle spalle chi per una lauta pensione aggiuntiva, tutti hanno rispettato il patto segreto di scambio: alla faccia della sicurezza, delle istituzioni e della capacità operativa delle nostre forze armate!
Se il gioco viene denunciato adesso e la discussione diventa una rissa perchè le risorse mancano è soltanto una dimostrazione aggiuntiva che erano questerisorse i veri obiettivi del contendere e non l'evoluzione della difesa. Grazie a questi personaggi, le forze armate sono al fallimento. La demotivazione generale, il senso d'impotenza e di precarietà di tutto il personale militare sono i risultati di un fallimento morale, etico, concettuale ed
organizzativo che ora può sperare soltanto in un curatore fallimentarepiù abile e meno avido. Ma di questi tempi e fra queste generazioni alpotere non se ne vedono molti…>>.
Le affermazioni del Gen. Mini non lasciano spazio a fraintendimenti; del resto non è una novità che nell’industria approdano moti vertici militari, cooptati dalle cordate politiche.
Ma il “nostro” ha centrato un’altra questione: quella delle risorse.
Un problema che sta investendo tutta la Pubblica Amministrazione.
La coperta è diventata corta e quindi è sempre più difficile mantenere in piedi un sistema che non “regge più” sotto il peso di una azione politica deficitaria, che in questi anni ha fatto valere la priorità di taluni provvedimenti, soprattutto quando si è trattato di assicurare di volta in volta quegli interventi misurati più sul consenso elettorale che sulla necessità di fare riforme vere per il Paese.
La percentuale del debito pubblico italiano rispetto al Pil è quasi raddoppiata nel corso di un decennio (gli anni Ottanta). Il che è stato sin da allora un serio problema per lo sviluppo economico-sociale del Paese. Ma nei lunghi anni poi trascorsi la classe politica non ha avvertito l'urgenza di trovare una soluzione. Anzi, la situazione è ulteriormente precipitata e quindi è entrata in campo la scure dei tagli lineari. Tagliare, tagliare, tagliare a cominciare dalla Pubblica Amministrazione.
Qualche settimana fa ospitavamo sul nostro sito un commento di alcuni delegati del Cocer Finanza che invitavano a prendere atto della brutale lezione dei tagli, sollecitando i colleghi <<A rivendicare riforme strutturali senza le quali a pagare sarà sempre il personale più debole>> e a non farsi più illusioni sulla falsa specificità che si è tradotta in un pretesto per ottenere vantaggi che alla prima picconata sono destinati a crollare.
Quindi, il comparto sicurezza ha bisogno di serie e profonde riforme; sindacati e rappresentanze devono chiedere, se vogliono recuperare risorse sostanziali da destinare al personale, smascherare chi vuole conservare lo status quo ed evitare la propria delegittimazione.
Perché condividiamo questa analisi.
Perché il ceto politico che con i suoi provvedimenti tende sempre più ad estendere la propria sfera d'intervento autoreferenziale, e una pubblica amministrazione che misura la propria efficienza dal livello della spesa che sa imporre alla politica, conseguono sicuramente l'obiettivo di accrescere il loro potere, ma sono disfunzionali allo sviluppo sociale, impediscono la crescita e quindi alla fine, il costo viene pagato dai cittadini in termini di mancato sviluppo e di peggioramento delle proprie condizioni di vita.
Questo è ciò che è accaduto in questi anni. Anche con “guerre” di cifre e contrapposizioni tra chi, nell’ambito della P.A. riusciva a rosicchiare di più.
E la politica? Ha sempre qualche piano «strategico» da tutelare, che poi è un modo per «proteggere» interessi non sempre limpidi e intrecci con questo o quel gruppo di potere. Con tecnica monotona, vengono enfatizzati i risultati immediatamente conseguibili e si nasconde il fatto che quell'intervento sottrae risorse alle VERE riforme.
Anche dietro l’enfasi che ha accompagnato li varo della riforma voluta dall’ex Ministro Di Paola, si è misurata la “forza” di un apparato autoreferenziale.
Ecco quindi che l’opinione pubblica e lo stesso personale militare meriterebbero opinionisti che si sappiano destreggiare con le furberie ministeriali e sappiano parlare il linguaggio dell’onestà .
L’informazione fa il suo mestiere e non sempre lo fa bene e spesso funzionando da cassa di risonanza delle posizioni più emotive, non badando molto alla fondatezza delle informazioni che vengono diffuse; il dibattito sulle questioni militari non si sottrae a queste logiche.
Dei militari si parla o quando vengono uccisi o quando bisogna gridare alla casta ma….in mezzo c’è tanto altro.
Ci sono sprechi e privilegi, ma c’è anche professionalità ed impegno. Bisogna essere pronti a rinunciare ai primi per salvaguardare i secondi ed anteporre, alle promesse di vantaggi economici (oggi non più elargibili), la battaglia sui diritti costituzionali, troppo spesso sottovalutata dal personale militare.
E’ un momento delicato, in cui il vento dell’antipolitica e dell’anti casta soffia forte. I cittadini increduli vengono risucchiati e travolti dalle passioni violente, scritte od urlate, degli slogan di un linguaggio da rappresentazione, che ottunde qualunque possibilità di giudizio. E non è un caso che dalle cronache e dai compiaciuti riferimenti giornalistici c’è chi cerca di trarne vantaggio.
E poi c’è la debolezza della politica che non riesce più ad imbastire uno straccio di strategia a lungo termine lasciando che a governarci siano organismi senza legittimazione democratica (i mercati, i poteri forti..), che attraverso l'ampio potere di cui si sono appropriati, rendono prive di effetti le politiche di riforma di cui avremmo bisogno.
La politica dovrebbe usare parole di verità e non lo fa, dovrebbe farsi in quattro per promuovere nuove occasioni di lavoro, di welfare e non lo fà , dovrebbe rispettare i patti con i propri elettori e non lo fa’.
L'unico concetto che ricorre nelle dichiarazioni dei frammentati (e autoreferenziali) poteri istituzionali è lo stato di eccezione, nel quale - ci viene costantemente ricordato - stiamo vivendo.
Nello stato di eccezione si giustifica il potere disperso nelle varie corporazioni pubbliche e private, si spiegano gli abusi, ci si rassegna all’abbandono del diritto, si accetta l’informazione drogata.
Per quanto ancora vivremo immersi nella fede supina in falsi valori? In attesa che qualcuno venga a restituirci ciò che ci è stato levato? La dignità , il rispetto e la solidarietà ?
Ma i primi a mettersi in gioco dobbiamo essere noi cittadini.
ANTONELLA MANOTTI
Direttore de Il Nuovo Giornale dei Militari